Crisis Communication

Esercito Comune Europeo o strumenti comuni di intervento? C’è poca chiarezza per colpa della comunicazione

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Quando si parla di Esercito Europeo, a cosa si fa riferimento?

Durante l’ultima riunione tra i Ministri Europei, tenutasi informalmente a Bratislava, emerge un problema di comunicazione.

Qual è?

Il Presidente della commissione Jean Claude Juncker, spinge per un esercito comune, la cosa indispettisce Londra che si oppone con forza e, nonostante la sua imminente uscita, rivendica il ruolo di appartenenza alla NATO e  spiega che un Esercito Comune Europeo indebolirebbe lo stesso patto.
Dall’altra parte, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Dott.sa Mogherini  risponde chiaramente: “Non si vuole arrivare ad un esercito comune, si tratta piuttosto di utilizzare strumenti già presenti per ottenere una difesa comune più efficace”.

Intanto la stampa sguazza nell’horror vacui lasciato dalla mancanza di comunicazione da parte delle Istituzioni. Già in passato avevamo visto quanto le inesattezze e le imprecisioni della stampa mondiale abbiano contribuito a rendere poco comprensibili gli obiettivi dell’Unione. Avremmo bisogno di realizzare un Piano di Comunicazione specifico che racconti un percorso virtuoso di costruzione e di nuovi strumenti diplomatici condivisi. D’altronde non c’è nulla di più giusto nel promuovere politiche che affrontano con serietà le nuove sfide sulla sicurezza di aree vicine e lontane all’Unione.

L’Europa ha bisogno di CO-MU-NI-CA-RE al mondo la grandezza dei nuovi obiettivi per la pace. 

L’Unione Europea dispone già di un grande numero di contingenti che operano a supporto delle iniziative NATO con il solo obiettivo di peace-keeping (o altri compiti previsti negli accordi di Petersberg).
Per chiunque cercasse di leggere l’utilizzo di questi contingenti in una maniera avvezza a distorsioni e interpretazioni del tipo: “I Rambo della UE”, è mio dovere fare chiarezza e spegnere l’entusiasmo.

Questi contingenti consegnano alle popolazioni tonnellate di aiuti umanitari e svolgono un ruolo fondamentale nella “gestione della pace”. Nella sola missione in Ciad a guida Europea sono state svolte oltre 7300 visite mediche di ogni genere a sostegno delle popolazioni locali e sono state consegnate tonnellate di aiuti umanitari, svolgendo azioni di protezione civile.

Questo è l’Esercito Europeo!

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Vediamo il percorso che ha portato alla discussione di un Esercito Unico

Questa “storia” dell’esercito comune è un percorso che parte da lontano e trova il suo sviluppo tra mille date, trattati, sigle ed eventi che hanno dato vita a tutti gli strumenti di politica estera oggi a disposizione dell’Unione Europea. Ripercorriamo brevemente il cammino!

UEO un primo tentativo di un esercito comune

La voglia di costituire un esercito comune si era già palesata con la fondazione dell’UEO – Unione Europea Occidentale, un’organizzazione internazionale per la cooperazione e la sicurezza militare. Nasce nel 1948 con il Trattato di Bruxelles. Inizialmente ne fanno parte: Regno Unito, Belgio, Francia, Lussemburgo, Paesi Bassi, e solo quattro anni dopo la sua creazione, anche Repubblica Federale Tedesca e Italia. A seguito della clausola di mutua difesa nel Trattato di Lisbona (2007), questo organismo venne soppresso quando le disposizioni dello stesso Trattato entrarono in vigore e fu inglobato all’interno dell’UE divenendo uno strumento che, apparentemente, poneva le basi per la costituzione di un esercito comune. Vedremo di seguito. Durante il periodo di attività fu spesso appannato dal crescente successo e dall’importanza che la NATO aveva acquisito nell’area, fu infatti l’Organizzazione del Patto Atlantico a iniziare un lungo lavoro di influenza affinché l’UEO avesse un’identità diversa, all’interno dell’alleanza stessa, per evitare inutili accavallamenti tra i due strumenti e, alcuni sostengono, per alleggerire i costi delle basi americane in Europa. L’idea si fece sempre più forte e si palesò nel 1996 con la proposta di un’Identità Europea in materia di Sicurezza e di Difesa (IESD) che spiegheremo più avanti.

La crisi nell’Europa dell’Est e i “compiti” di Petersberg 

Nei primi anni ’90 il fantasma di una crisi nell’Europa dell’est spaventava evidentemente tutti gli stati Europei. Si era appena sciolto il Patto di Varsavia con le firme di Parigi e: Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia, entrarono subito a far parte della NATO, mentre per le altre nazioni (Slovacchia, Romania, Bulgaria, Estonia, Lettonia e Lituania) bisognerà aspettare il 2004. La preoccupazione di un nuovo quadro geo-politico, spinse l’UEO a definire gli obiettivi verso i quali tutti i paesi aderenti, avrebbero dovuto rivolgere le loro energie. Nel 1992 si arrivò, infatti, a delineare le Missioni di Petersberg che definivano i campi di intervento della UEO: missioni umanitarie e di soccorso, attività di mantenimento della pace e missioni di gestione delle crisi, nonché, peace-keeping, peace-building, peace-enforcement.

Iniziò a prendere forma la PESC –  Politica estera e di sicurezza comune – che diverrà realtà con il trattato di Maastricht del 1992 dove nasceranno PESC e PESD. (vedi di seguito)

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La PESC e la PESD. 

Con il Trattato di Maastricht nel 1992,si dividono le politiche europee in tre macro aree. Il secondo pilastro affronta la politica estera e di sicurezza comune (PESC) con l’obiettivo di costituire una linea comune di politica estera. La Politica di Sicurezza e di Difesa Comune, (PSDC), è una delle parti più importanti della PESC e nonostante il Trattato di Lisbona abolisca i pilastri questo strumento assume caratteristiche di forza grazie all’inserimento della clausola di mutua difesa che obbliga i paesi membri dell’UE ad intervenire in caso di necessità.

Il tentativo della NATO di fondare la ESDI – European Security and Defense Identity 

Nel 1996 a Berlino venne istituita una riunione Ministeriale in cui si decise di sviluppare un’Identità Europea in materia di Sicurezza e di Difesa (IESD). Fondamentalmente l’obiettivo era quello di istituire un’alleanza di forze militari separate ma non separabili, con un comando multinazionale europeo all’interno della stessa NATO, per dirigere e guidare le operazioni condotte dalla UEO. La Nato in questo modo avrebbe potuto mettere a disposizione le sue (costose) basi Europee a disposizione e a gestione della UEO evitando inutili accavallamenti nella preparazione e nella gestione delle operazioni militari.

Nel 1999 il Consiglio Europeo si riunisce a Colonia decidendo di inglobare l’organizzazione UEO nell’Unione Europea, delineandone la definitiva chiusura. L’inserimento all’interno della stessa UE prevedeva la nascita di nuovi processi e nuove figure che confermavano sempre di più la direzione delle energie comuni verso la composizione di una forza di difesa europea.

Quali sono le novità:

  • Comitato Politico e di Sicurezza, un organo direttivo  con sede a Bruxelles. Questo organo è composto di rappresentanti stabili con competenza specifica nel settore politico-militare ed è  presieduto dall’
  • Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune.
  • Comitato militare costituito da rappresentanti militari con il compito di formulare raccomandazioni al Comitato Politico di Sicurezza.
  • Stato maggiore militare dell’UE con una
  • Sala operativa per la raccolta e la valutazione delle informazioni,
  • Centro satellitare
  • Istituto per gli studi della sicurezza.

L’obiettivo primario di Helsinki 

A seguito della seduta del Consiglio Europeo del 1999, nasce il progetto di dotare l’Unione Europea di uno strumento militare comune entro il 2003.

– Qui inizia il problema di comunicazione –

La creazione di uno strumento comune generò un’enorme quantità di articoli, interventi e interviste da parte del mondo dei media, carichi di inesattezze e ipotesi fantasiose sull’utilizzo dello stesso strumento.

L’obiettivo primario dell’incontro di Helsinki era proprio quello di creare un vero e proprio catalogo di forze armate per perseguire, in caso di necessità, gli obiettivi di Petersberg. Era chiaro a tutti che l’obiettivo proposto non era facilmente realizzabile, sia in termini logistico-organizzativi che in termini politici e un anno dopo la precedente deadline, cioè nel 2004, il Consiglio dei Ministri della Difesa approva l'”Headline Goal 2010” come proroga dei tempi di realizzazione per il progetto.

La NATO continuava ad alimentare i propri dubbi riguardo le influenze di questo nuovo strumento sulla diminuzione di importanza del Patto, ma furono colmate nel 2002  quando fu siglato l’accordo Berlin Plus, con riferimento alla disponibilità per l’Unione delle capacità di pianificazione della NATO e per l’utilizzo di tutte le strutture militari NATO in Europa. Oggi si è giunti allo stadio di pianificazione per la definizione congiunta di assetti NATO attuali e futuri “pre – identificati” e disponibili all’UE in operazioni a guida europea.

Gli strumenti a disposizione dell’UE: Agenzia Europea per la Difesa

Il Consiglio dell’Unione Europea, nel 2004 istituisce l’Agenzia Europea per la Difesa (EDA) con il compito di supportare gli Stati membri ed il Consiglio nel migliorare le capacità difensive europee sostenere gli stati nella gestione delle crisi. Come ogni agenzia dell’Unione Europea ha la caratteristica di essere: indipendente, specializzata e decentralizzata con lo scopo di fornire consulenza alle istituzioni comunitarie e a tutti gli stati membri.

A Capo dell’Agenzia vi sono tre figure:

  • il Capo dell’Agenzia (attualmente la Dott.sa Mogherini)
  • il tavolo di governo (formato dai Ministri e da un membro della Commissione), guidato dal Capo dell’Agenzia stessa
  • il Direttore Generale (responsabile del personale)

Al di sotto dell’Agenzia e dell’Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune vi sono una grande quantità di strumenti, alcuni dei quali rispondono direttamente a quest’ultimo. L’elenco e la spiegazione sarebbe alquanto complessa, elaborata, perché servirebbe un grande schema ad albero in cui le  relative connessioni mettano in evidenza l’estensione della nostra politica di difesa comune.

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Riprenderò il discorso in un articolo apposito in cui analizzerò il livello di  comunicazione adottato da ogni strumento. Adesso rispondo alla domanda:

“Abbiamo già un esercito comune”? No, ma si. 

Come anticipavo nell’introduzione dell’articolo, l’Unione Europea ha a sua disposizione un grande numero di contingenti che hanno operato in teatri complessi con il solo obiettivo di peace-keeping e di supporto alle iniziative della NATO.
Ripeto: Per chiunque cercasse di leggere l’utilizzo di questi contingenti in maniera poco professionale e avvezza a interpretazioni in chiave “guerraiola“, è mio dovere fare chiarezza e spegnere gli entusiasmi.

Le forze Europee contribuiscono al mantenimento della pace seguendo i dettami dei Compiti di Petersburg (missioni umanitarie e di soccorso, attività di mantenimento della pace e missioni di gestione delle crisi, nonché, peace-keeping, peace-building, peace-enforcement.).

Ecco quali sono gli strumenti operativi a disposizione della UE:

  • European Union Battle Groupattivo dal 2007 e formato da un numero notevole di battaglioni, ben diciotto, due dei quali sono pronti per il dispiegamento in campo in qualsiasi momento.
  • Continuiamo con Eurogendfor (EGF). E’ una forza di Gendarmeria Europea, un vero e proprio corpo di polizia militare nato per contrastare e contenere crisi all’esterno dei confini della UE. Il loro centro si trova in Italia ed è all’interno del Center of Excellence for Stability Police Units.
  • EUFOR (European Union Force) Forza attiva nell’est Europa con molteplici missioni di pace in Ex-Jugoslavia, Macedonia e Bosnia ed Erzegovina, nonché in CIAD a sostegno della missione NATO “Minurcat”.
  • EUROCORPS già attiva dal 1992 fa capo all’Unione Europea ma agisce sotto il comando della NATO. Ha partecipato a svariate missini all’estero, in passato in Bosnia-Erzegovina e Kosvo, ma recentemente in Afghanistan (per permettere lo svolgimento delle elezioni) e in Mali.
  • EUROMARFOR attiva dal 1995 è una forza Marittima in grado di svolgere azioni marittime, aeree ed anfibie. Non è una forza di carattere permanente ed è molto complesso il processo decisionale del suo dispiegamento. Nonostante questo ha dimostrato di essere flessibile ed ha partecipato a numerose missioni di raccolta delle informazioni e di pattugliamento delle acque.

Sicuramente abbiamo degli altri strumenti a nostra disposizione ma ciò che più importa in questo momento è che ognuno di questi dovrà considerare una priorità il rafforzamento della comunicazione verso l’esterno.

Ciò potrebbe significare molto in termini di ritorno mediatico, non inteso come “successo mediatico” ma semplicemente come:

  • Consapevolezza che fa bene ai cittadini europei, aumentando il loro senso di appartenenza
  • Diplomazia Digitale (Digital Diplomacy) fondamentale per accrescere le capacità di Public Relations digitale delle varie figure coinvolte negli strumenti Europei
  • Immagine di solidità, forza e saggezza di un’Europa organizzata e unita
  • Strumento deterrente e inibitorio che prenderebbe vita attraverso i mezzi di comunicazione di tutto il mondo

Spero davvero che inizieremo a comunicare “meglio” per soddisfare qualsiasi dubbio e per rendere chiaro al mondo, una volta per tutte, che il nostro obiettivo, non è avere un esercito comune, ma avere strumenti comuni a disposizione per fronteggiare al meglio le nuove minacce!

 

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