Comunicazione Politica

 

Accolsi con grande sorpresa la proposta di un amico di andare all’evento in cui Alfio Marchini presentava il suo programma politico come candidato sindaco del Comune di Roma. Ero appena uscito dalla biblioteca della LUISS, era il periodo in cui frequentavo proprio il Master di Comunicazione Politica e andai lì per staccare dai libri e toccare con mano la realtà. E’ sempre meglio.

Mi stupì il fatto che l’auditorium di Via della Conciliazione fosse stracolmo e che le genti fossero vestite a festa come alla serata di presentazione di un film. C’erano un’infinità di persone, belle donne e bei ragazzi, persone molto eleganti.

C’erano tutti quelli che potevano comparire nella rubrica “Cafonal” del giornale di D’Agostino. Ascoltai un po’ l’aria frizzante e mossa che c’era nella sala d’attesa e capii immediatamente che gli scambi di battute volavano tutte intorno alla voglia di cambiamento e che il programma politico avrebbe messo in luce la sua provenienza e la sua natura pragmatica. Peccato però che il programma non esistesse.

Cioè…c’era, però non volevano farlo vedere. Pensai subito a una trovata da parte dell’organizzatore dell’evento ma purtroppo non c’era quel tipo di evoluzione comunicativa, anzi.

A partire dalla posizione dei candidati sul palco, al loro modo esagerato, anzi esasperato di gesticolare in maniera scomposta e convulsa quasi come in un recupero affannato nella finale di racchettoni sulla spiaggia di Capocotta. Sì, il tutto era “troppo romano” e troppo scomposto, poco solido e per di più imbellettato da quella strana patina di “festival del cinema” che rendeva il tutto appiccicoso come il viso truccato di una signora in carne in un matrimonio siciliano d’agosto.

Fu una sensazione di disastro.

Ricordo con raccapriccio il fatto che le slide alle spalle dei candidati rimanessero asciutte e rintanassero poco dopo all’interno del proiettore senza una spiegazione vera ed esaustiva del progetto. La motivazione mi fu data da uno dei candidati, un giovane che, a una prima analisi, sembrava imitasse il buon Gasparri: “Se no ce rubbano le idee”! E poi andò avanti con la spiegazione ma sinceramente non lo ascoltai, parlava con la bocca piena, troppo piena di sé.

Avevo abbandonato il libro di Jacques Seguela per passare dalla teoria alla pratica ma me ne stavo pentendo amaramente fino a quando Alfio Marchini uscì scortato da alcuni body guard verso uno spazio delimitato e un back drop alle spalle. Lì si esibì davanti ad una serie di ignoti giornalisti e la solita signora anziana che viene lasciata passare dalle guardie del corpo e che, come da copione, gli afferrerà il viso a mo’ de “Zia Maria” e gli dirà “Alfiuccio mio pensaci tu” o qualcosa del genere.

Chiesi al mio amico di offrirmi un aperitivo per sdebitarsi del fatto che avessi abbandonato il mio libro per assistere a quella roba lì. Andammo a piedi in un bar. Parlammo di tutto quello che avevamo visto e alla fine pagai io per ringraziarlo di avermi fatto toccare con mano il: “cosa non fare in caso di…”

Simone Serafini

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